SERENDIPITA’

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29 Gennaio 2020

SERENDIPITA’

SERENDIPITÀ

Sogno di volare da quando ero bambino. Credo sia una cosa innata, probabilmente instillatami nei geni da alcuni antenati.
Nell’estate del 1994, quando ero un pulcino di 9 anni, il papà di un mio amichetto del mare chiese a me e a mio padre di fare un volo assieme a lui e ai suoi colleghi: non ci pensai su due volte a dir di sì. Era un paracadutista sportivo.
Decollammo dall’aeroporto di Latina, su un Pilatus Porter. La procedura prevedeva che, dopo il lancio di tutti i paracadutisti, il pilota dovesse attendere in aria per motivi di sicurezza, sino a quando l’ultimo avesse toccato terra: per ingannare l’attesa questi compì una serie di evoluzioni, tra cui un volo rovesciato e una veloce picchiata, ed entrò in una nuvola: il mondo fu tutto ovattato e magico.
Quella fu la prima vera volta che venni in contatto con un aereo e che volai. Quello fu il mio vero battesimo dell’aria. La testa mi girava ed era pesante. La schiena era curva, sotto il peso del paracadute d’emergenza legato addosso a uno scricciolo alto poco più di un metro per qualche chilogrammo scarso di peso. Ma ero felice. Avevo fatto una cosa da grande e sapevo che la mia vita non sarebbe stata più la stessa. L’evento fece così tanto scalpore che l’anno dopo il papà di un altro mio amichetto, che invece era terrorizzato dal volo, mi chiese di accompagnarli per un volo di linea Roma – Verona, in veste di consulente e Xanax umano. All’epoca, prima di quel fatidico 11 settembre 2001, ti facevano ancora visitare la cabina di pilotaggio, con tanto di attestato “Battesimo del volo” che ancora ho da qualche parte. Ricordo rimasi affascinato da tutti quegli strumenti, alcuni dei quali enunciai con precisione con grande stupore dei piloti. Ma paragonato al volo dell’anno precedente, quello mi sembrò quasi una routine.
Passò qualche anno da allora. Passò anche quella triste data menzionata prima. Arriviamo ai primi anni 2000, quando per regalo di compleanno ricevetti da parte dei miei genitori un volo su Roma. Decollammo dall’aeroporto dell’Urbe, sul mitico Cessna 172. Mio padre sul sedile posteriore, io al posto del co-pilota. Ricordo che dopo il classico giro sullo Stadio Olimpico, Colosseo, Fori, Altare della Patria, il pilota mi disse: “Ora prendi tu i comandi.” Avevo il cuore in gola.
Il piccolo aereo era docile e si pilotava quasi con un dito. Tanto che, abituato al joystick di gioco con la molla di ritorno, faticavo a tenere giù il muso.
Lì compresi quanto fosse meraviglioso avere il controllo di un mezzo così complesso e affascinante, di cosa provocasse allo stomaco, al cervello ma soprattutto al cuore, veder rispondere ai comandi, ai tuoi comandi, un aereo.
Prima, dopo e durante quel periodo, avevo già bruciato decine e decine di schede video e schede RAM - che non bastavano mai, per provare ogni tipo di simulatore di volo o gioco che prevedesse il volo: dalla Prima Guerra Mondiale sino ai giorni d’oggi, con qualche incursione in quello che era allora considerato il futuro.
Mi ero anche improvvisato istruttore di volo, su simulatore ovviamente, ai danni dei miei amici. Uno in particolare ricorda ancora oggi, con affetto misto a stress post trauma, quanto ogni volta cercassi disperatamente d’insegnargli ad atterrare invece di studiare. Antonio, sei stato il mio allievo più paziente!
E quanti pomeriggi passati invece a studiare strategie d’attacco e piani per missioni pericolose, insieme ad Alessandro e Gianluca. Lo zio del primo era un tecnico informato e spacciatore di videogiochi craccati: inutile dire che quelli a tema volo e battaglie in volo fossero i miei preferiti. Ricordo quanto mi annoiassi giocando ai vari Fifa e Tomb Raider, aspettando con ansia che venisse il momento di Ace Combat e simili. Credo di aver scortato più volte io l’Air Force One insieme a loro, che un vero pilota di caccia.
Inutile nasconderlo: il volo faceva prepotentemente parte della mia vita. A riprova di questo: la raccolta completa Aircraft della DeAgostini (mai divisa e ordinata, ma gelosamente custodita e periodicamente spolverata e sfogliata) con relative VHS consumate, un manuale di volo di un Airbus A 380 regalatomi da una pilota quando ancora esercitavo un certo fascino sul gentil sesso, un modellino scala 1:18 del Bell X-1, un DC-3 e un C-130 Hercules trovati negli ovetti Kinder quando ancora si trovavano sorprese intelligenti e con parti che potevano essere ingerite da bambini al di sotto dei 3 anni e un piccolo modellino in metallo di biplano costruito, leggenda narra, in trincea da uno di quei miei famosi antenati menzionati prima.
Altre eredità sono una calottina d’aviatore in tela color kaki, un paio d’occhialoni da pilota purtroppo senza più la guarnizione e una vecchia uniforme da ufficiale della Regia Aeronautica Militare, completa di berretto e cappelliera originale dell’ Unione Militare. Non so se sia opportuno svelarvi che una volta l’ho indossata – mi calza a pennello! - per far colpo su di una ragazza e che ovviamente la cosa non ha funzionato. Ma ormai siamo in confidenza.
Sempre a proposito di ragazze, il Museo Storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle era una tappa fissa dove portare le mie conquiste. Sarà forse questo il motivo se sono rimasto single per così tanti anni?
Voliamo, è il caso di dirlo, ai giorni d’oggi. Il bisogno di volare è rimasto. Sì, perché a un certo punto diventa quasi una necessità. È il tuo stomaco che non si accontenta più delle farfalle per amore, sono le tue orecchie a non accontentarsi più dei dossi presi in macchina, di qualche giravolta su una sedia girevole o di un giro in altalena, è il tuo cuore a chiederti di voler pompare più del normale non solo per una cotta, un bel film o una rampa di scale di troppo. Se alzi gli occhi al cielo ogni volta che senti il rombo di un motore, se lo sfondo del tuo desktop sono le Red Tails della squadriglia Tuskegee, significa che qualcosa dentro di te si è rotto o è tornato al suo posto – punti di vista! - e niente sarà più come prima!
Arriviamo a ottobre 2019. Sono felicemente fidanzato da ormai 8 anni con Francesca, l’unica che non mi abbia mollato dopo la visita a Vigna di Valle, l’unica che trova che quella vecchia uniforme mi stia proprio bene, tanto da convincermi a indossarla durante un carnevale (perdonami, oh avo!), l’unica abbastanza folle da capire che una cosa appartenuta a un’altra epoca ha tutto il diritto di esistere ancora ai giorni d’oggi. Ma questa è un’altra storia.
Dicevamo, ottobre 2019. Tipica ottobrata, decidiamo per una scampagnata puntando verso il mare, senza una meta precisa. Verso l’ora di pranzo, più o meno tra Castel di Guido, Ladispoli e Fregene, cerchiamo un ristorante che preveda cucina vegetariana. Curiosamente tra i risultati mi compare “Aviosuperficie”. “Che nome insolito per un ristorante” penso tra me e me. Un po’ per la distanza, un po’ perché la mia Fran è di gusti difficili (perdonami amore, è la verità!), optiamo per un bistrot di quelli con prodotti a km zero e birre artigianali dai nomi bizzarri ma fortunatamente buone.
E proprio agli effetti postumi di una di quelle birre attribuisco, qualche ora più tardi, la mia visione nel cielo sopra il castello di Santa Severa: ben quattro biplani che volano in formazione. Istintivamente le chiedo se li abbia visti anche lei: mi conferma che non sia un sogno.
Vedo che i velivoli partono e rientrano da relativamente vicino, quindi sfruttando i potenti mezzi tecnologici a mia disposizione, scopro che nelle vicinanze c’è un’aviosuperficie. Improvvisamente esce fuori il bambino capriccioso che è in me, per cui comincio letteralmente a supplicare Francesca di mollare qualsiasi cosa stessimo facendo e di recarci immediatamente in questo posto magnifico e idilliaco. Credo di averla presa per sfinimento, quando ormai il sole sta sparendo dietro la linea dell’orizzonte, azzurra e dai riflessi del fuoco.
Arrivo giusto in tempo per veder atterrare Gianni Sarti con un passeggero. Non so quale misteriosa forza mi spinga ad avvicinarmi e ad attaccare bottone, io che a dispetto delle apparenze sono un timido patologico. Non so nemmeno per quale fortuito caso del destino io abbia in tasca i miei biglietti da visita del lavoro. Scambio due parole con lui e con Gianpaolo Tucciarone, che nel frattempo lo ha raggiunto, e lascio i bigliettini a entrambi. La sera a casa vengo già contattato via whatsapp da Gianni. La tecnologia, quando è utile!
Nemmeno una settimana dopo sono a cena, in quella stessa aviosuperficie, con alcuni membri di Roma e dintorni del Biplano Club Italia. E proprio in quella sede, tra una chiacchiera, un video e un aneddoto di Massimo “Max” Poggi, piano piano nasce l’idea di portarmi su a fare un volo con Greta, il biplano di Gianni: l’unico biposto su Roma.
Ma tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare. Anzi, il cielo.
Passano i mesi e una serie di vicissitudini personali e mondiali, tra cui una pandemia (nientemeno!), mi tengono lontano da Greta e dai ragazzi dei biplani. Ci sentiamo costantemente e progettiamo insieme il famoso volo.
Il 18 maggio, una delle date della riapertura, mi concedo un caffè con Gianni. Parliamo per ore, letteralmente, del più e del meno. E lui è ancora dell’idea di farmi volare. Salvo prima fare qualche lavoretto di manutenzione su Greta.
Mi offro volontario per aiutarlo: un po’ perché mi pare davvero il minimo che io possa fare per una persona che abbia voglia di scorrazzarmi in aria sul suo meraviglioso biplano, un po’ perché sono davvero curioso di mettere mano su qualcosa di così affascinante, di capirne la meccanica di funzionamento.
Gianni accetta di buon grado.
Con la promessa che il prossimo congruo numero di fine settimana sarebbe stato interamente a lei dedicato, convinco Francesca ad accompagnarmi in aviosuperficie.
Il pomeriggio di manutenzione su Greta trascorre veloce, talmente veloce che alle 19:00 Fran compare in hangar chiedendomi se abbia intenzione di tornare a casa o di dormire lì.
Nel frattempo mi organizzo mettendo dentro un vecchio zaino un giubbino, una sciarpa di seta, l’avito caschetto da aviatore e un bel paio di guanti da pilota. Lo ribattezzo “lo zaino da aviatore” e lo lascio fisso nel portabagagli della mia macchina: visto mai?
Passano dell’altro tempo e qualche altro impedimento.
Gianni riesce finalmente a fare un volo di collaudo in solitaria, al termine del quale mi manda uno dei più bei messaggi vocali che io abbia mai ricevuto, pieno d’entusiasmo e con tanto di coro di grilli in sottofondo: “Il motore funziona! Sono atterrato adesso!” (21:04 ndr) “Volevo provarlo 10 minuti, son stato su un’ora e 10 minuti. […] Possiamo volare!”
Martedì 16 giugno 2020, ore 9:00 del mattino. Si prospetta una giornata del cavolo come tante altre giornate del cavolo. La solita noiosa routine condita con 2 o 3 rotture di scatole di primo livello, parafrasando un noto commissario di polizia letterario.
La chat di gruppo dei Barnstormers comincia ad animarsi. Si susseguono commenti del tipo “Che bella giornata oggi!” e ancora “Vento moderato, quasi assente”. Poi improvvisamente ne arriva uno, tanto inaspettato quanto desiderato. È di Gianni e io stesso mi stupisco di essere riuscito a leggerlo in mezzo al marasma di messaggi che si susseguono di lì a breve. Poche parole ma ben chiare: “Alvi, ma nel caso OGGI avresti lo zaino” (quello da aviatore ndr) “in macchina?”. Sbatto gli occhi, cerco col pollice di far riscorrere quel messaggio sotto al mio naso: è un chiaro invito.
Lo contatto in privato per accordarmi sugli orari e sull’eventualità di restare a cena insieme in aviosuperficie. Ci accordiamo e, salvo ripensamenti di Eolo o di Giove Pluvio, oggi si volerà!
Ore 16:34 circa. In giacca e cravatta esco dall’ufficio alla volta dell’Aviosuperficie Monti della Tolfa. Sono in largo anticipo e quindi decido di prendermela comoda, facendo l’Aurelia e accendendo la radio. Parte Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd e per me inizia il viaggio.
Ricordo poco di prima del volo. Qualche chiacchiera in hangar, si tirano fuori i biplani. Mi cambio, indossando il giubbino al posto della giacca. Un caffè e un breve briefing pre-volo al bar dell’aviosuperficie. L’incredibile normalità prima di quella che per me è l’eccezionalità. Galleggio in un misto d’incoscienza e incredulità: forse non ho ancora davvero realizzato che sto per volare. Sto per volare su un biplano! Al tramonto! E per giunta con la cravatta!
Dopo gli scrupolosissimi controlli di Gianni, prendo posizione nell’abitacolo di Greta, al posto dell’allievo pilota. Indosso i guanti, la sciarpa di seta, il caschetto (non quello degli antenati ma quello di bordo, che è munito di cuffie e microfono) e, anche se ho le stesse diottrie di una talpa, gli occhialoni: se la mitica Insta 360 del Capitano “Max” Poggi immortalerà questo momento, voglio essere figo. E soprattutto ho paura di perdere gli occhiali tra il cielo e il mare di Santa Severa.
Il Walter Mikron 3B impiega 2 tentativi per accendersi. Tutto nella norma, come mi spiega Gianni. Davanti a noi rullano Max con Dorothy e Paolo De Vita col suo Indiano.
I suoni sono ovattati, i battiti accelerati. In cuffia riesco a malapena a sentire le comunicazioni tra loro, mentre sento nitidamente Gianni che bonariamente mi ammonisce: “Ultima possibilità per ripensarci!” Pronta la mia risposta: “Caschi male, non torno indietro!”.
Ci allineiamo con la pista in erba. Il Walter Mikron sale di giri e Greta comincia a correre. Corre sempre di più e l’unica cosa che mi fa capire che ci siamo staccati da terra, tanto è dolce il decollo, è la voce del mio buon pilota in cuffia: “Ci siamo! Goditela!”
Sembra un sogno, ma non lo è. Il mondo, con tutte le sue brutture, gli scazzi, le futilità della quotidianità, i problemi non risolti e quelli che devono ancora venire, si allontana sempre di più. Il mio pensiero corre a Francesca, che non sa che sono lì ma che è con me nel cuore e nella foto che ho nel portafogli. È un momento meraviglioso che vorrei condividere con lei.
È come una magia. Sei improvvisamente in pace col mondo e con te stesso, catapultato in un’altra dimensione. Davanti a me si staglia la vastità del mare e la palla infuocata del sole che lentamente si tuffa nell’acqua. È una visione maestosa, commovente. Sei su un mezzo fatto di “legno, metallo, tela e rumore”, per citare il proprietario e pilota, a 200 metri dalla superficie dell’acqua, a 150 e più chilometri orari eppure la sensazione è di essere nel posto più bello del mondo. Non credo in Dio, non nel senso biblico almeno, però giurerei che in quel momento una divinità mi stesse facendo l’occhiolino.
È emozionante vedere Max e Paolo avvicinarsi lentamente in ala. Un brivido mi attraversa la schiena quando raggiungiamo la leggera turbolenza generata dalla scia di Dorothy che ci taglia la strada a distanza di sicurezza: ma capisco subito che fa parte del gioco e me la rido di gusto, in una risata liberatoria.
Gianni mi fa prendere i comandi e mi guida a voce. Mi fa fare un po’ di volo rettilineo, una virata di 180° e un’altra più piccola. Mi guida a voce, perché non ho lo sbandometro tra i miei strumenti. Mi dice di sentire le sensazioni del mio corpo e incredibilmente mi riescono entrambe le virate. Vorrei tutto questo non finisse mai, ma è tempo di rientrare. Gianni riprende i comandi. Un paio di virate strette che mi fanno battere il cuore ancor più forte ma al tempo stesso mi fanno sentire incredibilmente vivo. E dolcemente atterra.
Il mio volo è finito. Ci metto un po’ a uscire dall’abitacolo, ancora stordito e trasognato. Abbraccio Gianni e Paolo che mi hanno tenuto a battesimo. Max è dovuto scappare via. Il Presidente, grande assente: speriamo nella prossima volta.
Il termine “serendipità” indica la fortuna di fare felici scoperte per puro caso e, anche, il trovare una cosa non cercata e imprevista mentre se ne stava cercando un'altra.
Stavo cercando una scampagnata con la mia ragazza, un momento di libertà solo per noi, che per sorti avverse ancora non viviamo assieme, e ho trovato molto di più.
Non ho trovato solo il tanto amato e agognato volo, che spero a Gianni piacendo di reiterare finché non mi sopporterà più o finché non diventerà geloso del piccolo legame instaurato tra me e Greta, ma ho trovato delle belle persone oltre i biplani. Ho trovato quelli che posso, senza ombra di dubbio né secondi fini, definire amici. E sono uno che soppesa molto questa parola.
Ho trovato chi mi ha regalato 35 minuti di gioia pura, chi racconta aneddoti incredibili, chi dispensa consigli saggi e filosofici, chi ha sempre l’idea giusta al momento giusto.
Ho trovato un gruppo di persone normali, in un mondo che per me è anormale, con un hobby straordinario. Un universo incredibilmente vasto e affascinate, ancora tutto da scoprire.
È il 16 giugno 2020. Sono le 21:20 circa. Greta è nell’hangar, coperta da teli. La accarezzo, le sussurro “grazie!”. La guardo e mi chiedo: “ A quando la prossima?”
Pochi giorni dopo scoprirò che chi segnalò il ristorante dell’aviosuperficie come adatto ai vegetariani, fu proprio Gianni Sarti, il mio pilota.

Non so quale forza misteriosa mi abbia attirato all’Aviosuperficie di Santa Severa Nord, ma potrei giurare che non sia stato un caso. Vorrei capire il disegno che c’è dietro, ma è talmente bello quello che ho davanti che ho smesso di farmi domande. “Goditela!”: la voce di Gianni mi riecheggia ancora nelle orecchie. E ho la soddisfazione di aver convinto Fran a venire a vedermi volare qualche volta.

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